Il futuro è una parola che oggi, invece di suscitare aspettative positive, sembra associarsi solo a timori e preoccupazioni. Lei, da filosofa, come pre-vede il futuro?

“Come dar corpo al futuro?” Questa la domanda da cui siamo partiti organizzando la terza edizione del Festival di Bioetica. La risposta a cui siamo pervenuti è che - dinanzi ai cambiamenti epocali che investono tutti i settori della nostra vita, dal degrado ambientale allo sviluppo vertiginoso delle biotecnologie - occorre fare “esercizi di futuro”, il che significa accettare coraggiosamente la sfida dell’incertezza, reagendo ai vissuti di rassegnazione e di impotenza, ma soprattutto resistendo al ‘presentismo’, a quella sorta di preferenza per il presente e per il pensiero a breve termine che sembra caratterizzare il nostro orizzonte etico e politico. Il più urgente tra i problemi che dobbiamo affrontare è trovare una via per lo sviluppo sostenibile dando vita, a tal fine, ad una piattaforma globale di ricerca che unisca scienziati e studiosi di diverse discipline, dall’ecologia alla politica, dalla medicina alla filosofia, dalla biologia alla robotica: il che risponde pienamente sia alla vocazione interdisciplinare della bioetica, sia alla sua visione dell’umanità e del pianeta Terra come una comunità di destino.

È vero che il nostro tempo è caratterizzato da grandi cambiamenti ma non è una novità perché la storia dell’umanità ha visto tante svolte epocali. Tra l’altro oggi, rispetto al passato, dovremmo avere più strumenti culturali e più informazioni per riuscire a leggere questi cambiamenti e non esserne intimoriti. O no?

Fino ad alcuni anni fa sembrava profilarsi il rischio - segnalato tra gli altri dal sociologo Edgar Morin - di una “dittatura degli esperti” -, di una delega da parte dei cittadini agli “specialisti” per decisioni che riguardavano direttamente la loro vita e la loro salute. Oggi lo scenario è mutato completamente e l’antiscienza corre sul web, coltivando reazioni emotive e rafforzando la tendenza a creare comunità refrattarie alla discussione scientifica argomentata. Se intervenire tardivamente non serve, data le velocità della diffusione delle fake news, occorrerebbe piuttosto individuare in anticipo i temi “sensibili” lavorando sulle modalità di comunicazione più efficaci per far dialogare ricerca, media e società: una vera e propria sfida per la comunità scientifica che dovrebbe coinvolgere innanzitutto il mondo della scuola. Un percorso ancora pioneristico per il nostro paese che l’Istituto Italiano di Bioetica ha tuttavia intrapreso organizzando, fin dal 2000, “Conferenze nazionali di bioetica per le Scuole” dedicate ogni anno ad un tema rilevante del dibattito contemporaneo.

Questa edizione del Festival di Bioetica, alla luce di quello che abbiamo osservato, ha uno o più obiettivi particolarmente ambiziosi? Quale contributo può arrivare dalla bioetica e come far arrivare questo contributo al più vasto pubblico?

Uno tra gli obiettivi ambiziosi che si propone il nostro Festival è quello di dar vita ad un “laboratorio delle idee”, avviando campagne di informazione che aiutino, ad esempio, a conoscere meglio un mondo, quello della sanità, che incrocia il quotidiano delle nostre vite. Le tecnologie biomediche presentano, per la loro stessa complessità, elementi di forte ambivalenza: da qui la necessità di promuovere un’analisi seria, informata ed equilibrata che eviti sia il rifiuto aprioristico che l’incondizionata accettazione, al fine di favorire una discussione critica tale da alimentare dubbi salutari ma, insieme, consentire scelte razionali e consapevoli. È fondamentale infatti, per l’avvenire della società, oggi più che mai, progettare una sorta di apprendimento collettivo del dialogo etico, abituarsi a preferire alle prese di posizione assolutistiche un dibattito in cui si dia spazio alle ragioni degli altri e la passione morale non sia né cieca né intollerante.

Una iniziativa come il Festival di Bioetica che arriva alla terza edizione è un traguardo importante da molti punti di vista. Quali, secondo lei, sono da sottolineare?

Vorrei sottolineare in particolare il rilievo dato, nelle diverse edizioni del festival, al tema cruciale della cura in cui appare decisivo il contributo del pensiero delle donne. Se lo sviluppo delle scienze e delle tecnologie ha rimesso alle decisioni del soggetto le questioni cruciali del nascere, del vivere del morire, il pensiero delle donne ha avviato un importante percorso: quello dall’astratto soggetto ‘di carta’ che cancella la differenza e, dunque, il volto vero della vita, al concreto soggetto ‘di carne’ nella ricchezza delle sue determinazioni sessuali, storiche ed esistenziali. Un richiamo alla concretezza carnale che è, ovviamente, assai lontano da un’affermazione vitalistica. Mentre nel vitalismo, infatti, la vita è una forza che si afferma contro le regole, nella bioetica la vita appare esposta nella sua nudità alle minacce che le provengono dalle tecnoscienze e, quindi, particolarmente vulnerabile e bisognosa di tutela. Grazie alla bioetica di genere il valore della cura è stato rivendicato non solo come centrale nella vita umana ma tale, soprattutto, da mettere in questione la stessa struttura dei valori su cui è fondata la nostra società e rimodellarne le istituzioni. Per riprendere le parole di Joan Tronto “il mondo assumerà un aspetto differente spostando la cura dalla posizione periferica che occupa attualmente e collocandola al centro della vita umana. Trasformando i confini morali per focalizzare la nostra attenzione su un concetto integrale di cura, dovremo anche modificare alcuni aspetti centrali della teoria morale e politica.

 

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