28 agosto, ore 10.00

La scissione tra fatti e valori, che da Hume in poi è diventato un nodo dicotomico del pensiero occidentale nella visione della natura, dell’uomo e del mondo, ha avviato un mutamento epocale nella comprensione dell’eticità e degli  strumenti con i quali orientarsi nelle decisioni morali, mutamento che oggi va considerato anche alla luce delle differenti visioni del concetto di cosmo, bios e ambiente, inteso quest’ultimo in senso sia ontico che ontologico, per usare un lessico heideggeriano, cioè come orizzonte cosmico.

Le sfide inaggirabili del terzo millennio con le quali bisogna misurarsi, che, da un lato, spingono l’uomo a sempre più a forzare tecnologicamente le frontiere del bios, e, dall’altro, sembrano tenerlo ancorato a dilemmi morali di antica radice filosofica ed epistemologica, mi pare avanzino la necessità di riarticolare e ricomporre le separazioni senza annullare, però, le distinzioni. Un processo, riaggregativo ma distintivo, che investe la sfera dei valori ma anche le relazioni tra vita, ambiente e specie umana; ciò che Edgar Morin chiama anello di relianza etica e cosmica tra uomo e comunità, e tra uomo e natura. La relianza cosmica ci giunge attraverso la relianza biologica, che a sua volta ci giunge attraverso una relianza antropologica che chiude un cerchio di relazione bioantropica come impegno che può essere ricondotto in senso radicale ad un impegno etico di cura nei confronti degli altri e di tutto ciò che è altro rispetto all’io.

L’etica della cura, o, meglio, l’etica come cura, apre all’ipotesi di un’auto eco-organizzazione tra uomo, bios e territori, che da fisici andrebbero percepiti e riconosciuti come simbolici, di organizzazione vivente. Attraverso questa via prende forza l’esigenza di interrogarsi più seriamente su come l’istanza etica,declinata nel paradigma della cura, possa, o debba, tradursi nella ricerca di (nuovi?) linguaggi di giustizia e di politiche di promozione culturale per rivitalizzare un immaginario collettivo che sia autolegislatore e custode di un patrimonio capace di conferire sentimenti di appartenenza e contemporaneamente di apertura a tutte le altre comunità e in direzione di un bene universale.

La scelta di una lettura simbolica, che dia possibilità di comprendere la grammatica profonda dei luoghi che custodiscono beni immateriali,offre l’occasione di recuperare significati inariditi e di individuare motivi e valori di comunanza, sottraendoli al depotenziamento e alla nullificazione operati da logiche artificiali, solo strumentalizzanti e procedurali, incidenti sulle relazioni bio-antropichee sulle forme di organizzazione sociale.

E in questo senso la dimensione simbolica, che per sua natura coinvolge ed unifica le componenti del vissuto collettivo nelle loro dimensioni razionali e psico-affettive, si rivela come chiave di volta per un pensare etico che sia in sé cura e ricostituzione di un legame tra separatezza e ibridazione, tra donazione e sottrazione, tra parti e tutto, tra realtà e immaginazione creativa. Pertanto, bisogna chiedersi se la riqualificazione simbolica del rapporto tra cura e forme di relazione bioantropicanon possa restituire tensione emozionale, forza patica, senso di coappartenenza che assumano la cura dell’altro, e di ogni alterità che contribuisca alla formazione di un sentire collettivo condiviso e autonormante.

Bisogna chiedersi, in altri termini, se anche i luoghi fisici, come luoghi simbolici, non possano far ritrovare significati aggreganti di valore collettivo nella scelta comune di un impegno di cura come antidoto ai bio-proceduralismi puramente tecnocratici e ad ogni forma di deresponsabilizzazionee indifferenza sociale nei confronti dell’uomo, dell’ambientee in ultima analisi della vita futura sul nostro pianeta.

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