27 agosto, ore 16.30

Da quanto riportato nella letteratura internazionale si direbbe di no: più della metà dei medici (soprattutto medici di area critica e d’urgenza, oncologi, neurologi) presenterebbe sintomi significativi di esaurimento, depressione, dipendenza da alcool, farmaci e sostanze (N Engl J Med, 378:309-314, 2018). I suicidi e i pensieri di suicidio avrebbero un tasso più che doppio rispetto a quello dei professionisti di altri settori. E il problema sembra iniziare presto: gli studenti di medicina e i giovani specializzandi, infatti, avrebbero tassi di burnout decisamente più alti rispetto ai coetanei iscritti a facoltà non mediche. 

Numerosi sarebbero i fattori esterni che concorrono a determinare il burnout: eccesso di burocrazia, problemi organizzativi, scarso personale, orari e carichi di lavoro eccessivi. Ma esistono anche fattori personali: scarsa/nessuna educazione alla cura di sé e al riconoscimento dei propri bisogni,inadeguate capacità emotivo-relazionali, inefficiente gestione delle proprie energie psico-fisiche, motivazione affievolita o addirittura spenta.

Eppure una recente ricerca segnala che il 94% dei medici, soprattutto quelli che riescono a coltivare buone relazioni personali con i pazienti e le famiglie (es. molti medici di medicina generale) è contento della sua professione e la consiglierebbe ai propri figli. Sembrerebbe che il contatto umano, la possibilità di aiutare gli altri, il riconoscimento e il senso di fiducia da parte dei pazienti(tutte caratteristiche che alimentano passione e senso di autorealizzazione del medico!) continuano ad essere, anche al tempo della medicina high-tech, gli ingredienti fondamentali per la soddisfazione personale e professionale del medico.

Portare la propria umanità in prima linea, costruire fiducia e complicità con il malato, sentirsi in una relazione socialmente utile e giusta … che cosa è se non quel ‘camminare accanto’ [ethalekhin ebraico = camminerò] da cui deriva la parola Placebo, “io ti piacerò”?Il medico che si fa ‘placebo’ riceverà dai suoi pazienti fiducia, compliance, riconoscimento, gratitudine, e, anziché logorato dal prendersi cura, si sentirà ri-energizzato emotivamente e affettivamente e percepirà la sua vita professionale ricca di significato e di finalità.

Qualcuno chiama questo stato di “ben-essere”, di “sentirsi bene con se stesso nel dedicarsi agli altri” col termine di“felicità relazionale”: uno stato in cui sono pienamente valorizzati i rapporti interumani, i legami affettivi e di comunicazione, l’intelligenza relazionale e la sana gestione delle emozioni, la solidarietà, la cura e il rispetto della persona (a partire da se stessi!).

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