È davvero necessario accorgersi della felicità? Molto più facile accorgersi del suo contrario. L’infelicità, o meglio l’assenza di felicità che è la nostra condizione ordinaria e banale. Viviamo in assenza di felicità

Non per privare l’infelicità del suo pathos romantico o sentimentale, ma bisogna riconoscere che il suo connotato principale è l’ordinarietà, il suo essere banale, più banale ancora del male, cui non di rado, ma non necessariamente, si accompagna: infelicità = male. Il male (il fare il male) come reazione rabbiosa all’infelicità, tentativo crudele di affrancarsene.

Si sfugge allora alla tentazione perversa del male solo accettando l’infelicità e mettendola nella prospettiva del suo contrario, dandole la speranza del suo contrario, collocando il miraggio della felicità sull’orizzonte sconfinato del nostro agire e inter-agire. Facendo dell’infelicità una premessa, un presagio del suo contrario.

Felicità - senza articolo - è una condizione ‘panica’, di pienezza e comunione col mondo, mai ‘voluta’. La ‘nostra’ felicità è felicità di e con tutti, espansiva, fraterna, conviviale, una condizione sempre inattesa che ci estrania in fondo da noi stessi, dal nostro essere prigionieri di una soggettività ‘naturalmente non-felice’. Prigionieri della nostra soggettività, non smettiamo mai di aspirare alla felicità come liberazione da noi stessi.

Chi non è felice non è necessariamente in-felice, nel senso comune e banale del termine. Semplicemente, non è in comunione col mondo. Se ne sente abbandonato.

Condizione necessaria e inevitabile: non si può essere felici senza essere passati per l’esperienza dell’infelicità, senza provenire da quell’esperienza. La felicità senza l’esperienza dell’infelicità è una condizione ‘idiota’, ottusa, fine a se stessa, senza passato né futuro.

Chi di noi, confessiamolo, vorrebbe tornare al paradiso terrestre, a quella che Max Weber chiamava ‘…la pia noia del paradiso’ ? Grazie al peccato originale e alla condizione che ne è derivata (la colpa, l’hybris, il lavoro come punizione, il partorire con dolore eccetera) l’uomo è salito a un livello di consapevolezza inattingibile dall’uomo adamico.

La felicità ha i suoi imperscrutabili percorsi, le heideggeriane Holzwege, arriva anche per chi non la desiderava o ‘non ci pensava’. L’infelicità è qualcosa di più complesso e pregnante dell’assenza di felicità, è una specie di inquietante compagna di viaggio alla quale finiamo per abituarci. È - si potrebbe dire - la nostalgia, il bisogno avvertito a volte dolorosamente di una felicità impossibile da raggiungersi con i nostri soli mezzi. Nostalgia del mondo, dal quale la nostra soggettività (il nostro percepirci come soggetti) ci allontana dolorosamente.

Mentre la felicità è questione di attimi - c’era, solo un attimo prima che la percepissimo, sfugge alla rete del tempo - il suo contrario, l’infelicità, è una condizione, spesso permanente (spleen, malinconia ) dell’anima, un’eterna bonaccia, un sentirsi - a torto o a ragione - abbandonato per sempre dalla felicità

Quali condizioni fanno ‘precipitare’ l’infelicità dalla sua condizione normale a forme parossistiche che ci sembrano intollerabili: la perdita di una persona che riempiva di sé la nostra vita; un ‘non poter più fare’ qualcosa che per noi era molto importante (uno sport, un’attività creativa); abbandonare per sempre un luogo a noi caro. Trovarci in una condizione che allontana in modo definitivo ( o rende più impervia) la nostra personale ‘ricerca della felicità’.

L’infelicità non, dunque, come contrario della felicità, ma suo ineliminabile presupposto.

Dove prospera e ‘alligna’ l’infelicità?

Nietzsche, interpretato da Heidegger: tutto ciò che è , è - al fondo - volontà di potenza, volontà di essere-esserci. La radice dell’infelicità è nel ‘voler essere’ e nella ineluttabilità di questo voler essere.

Il potere, una qualsiasi forma di potere, è in questo senso la condizione tipica dell’infelicità. Ogni ‘volontà di potere’, ogni perentoria affermazione di sé, abdica alla felicità. E - forse - condizione essenziale della felicità è la liberazione dall’ansia di potere, la ‘messa in sicurezza’ della volontà. Ci si libera dell’ingombrante presenza del voler essere.

La malinconia del Principe (il Moretto), non è che l’infelicità in vesti sontuose, guanti, ermellini, pile di monete d’oro. Il potente - chiunque sia investito o si investa di un potere - dismette a priori la possibilità di essere felice. La ricchezza, l’ostentazione patetica della ricchezza, è la confessione più plateale di questa condizione infelice.

Wille zur Macht.Nietzsche secondo Heidegger. La volontà ha come suo strumento e oggetto necessario (il mezzo come fine in sé) la potenza - il potere e non la felicità.

Il potere è in se stesso, autoctono, non richiede obiettivi estranei a se stesso. È quindi l’antitesi della felicità e, a maggior ragione del ‘voler essere felici’. Il potere se ne fotte della felicità, ne diffida e, anzi, l’avversa come disturbante, sviante dal suo puro e semplice esplicarsi e tradursi in essere. Il potere viaggia di conserva con il desiderio.

Ecco perché non ‘il’ potere, ma ‘ogni’ pretesa di potere di qualcuno su qualcosa o qualcun altro è, in quanto tale, condizione o promessa di infelicità, non come semplice assenza di felicità (vuoto, pur sempre suscettibile di essere riempito) , ma come propria condizione essenziale. Anche il potente, per essere felice, deve deporre il proprio potere. La felicità è sempre interdetta dalla volontà come volontà di potere.

‘Avere un potere’ è intrinsecamente ‘essere infelici’. La felicità si può ottenere a condizione di non desiderarla (forma di non-potenza, o assenza di volontà, messa in parentesi della volontà): se la si ‘persegue’ deliberatamente si entra nel dominio della volontà, quindi del potere e della negazione della felicità, che deve ‘venire’, accadere, ma non può mai essere ‘voluta’, così come non si possono ‘volere’ la verità e, in una certa misura, la libertà. Quando ci si proclama ‘liberi’ è il momento di temere per quella preziosa, ineffabile condizione.

‘Voglio essere felice !’ La volontà - appellandosi al potere - contraddice la felicità.

Dio potrebbe essere felice? Penso di no. È più probabile che Dio - di fronte allo spettacolo della creazione - si senta profondamente infelice, annoiato, stanco di volere/creare. Il senso della domenica: il riposo non è rispetto al ‘lavoro’ (Dio non può ‘lavorare’), ma rispetto alla potenza e alla volontà creatrici. Anche per noi la Domenica non può essere semplicemente astensione dal lavoro, ma sospensione della volontà, attesa trepidante della felicità.

Ecco allora la sostanziale vacuità della risposta utilitarista, che si propone di quantificare e misurare la felicità. Non esiste una economia della felicità

Se la felicità disdegna ogni riduzione all’economia, quest’ultima sceglie di annidarsi sempre nel raggio scuro dell’infelicità. Economicizzare la vita (misurarla, risparmiarla ) significa condannarla all’infelicità. Così come il lavoro, nella sua accezione economicista e produttivistica, non dà la felicità. Anche il lavoro è una forma di potere: indiretta, secondaria, subordinata a sua volta a un comando, ma sempre potere, visto dai suoi due estremi: il dominio e la sottomissione.

(Toads, di Philip Larkin).

Infelicità e malinconia del potere vanno quasi sempre d’accordo. Il principe è infelice per natura.

POGGIO BRACCIOLINI, infelicità dei principi

Nulla può dirsi più infelice della vita di chi governa.

E questo non accade a causa della natura degli uomini, ma per colpa del potere. Il potere, se non è malvagio in sé, genera comunque malvagità e infelicità in chi lo detiene.

SCHMITT dialogo sul potere

Il potere è una dimensione peculiare e autonoma, anche rispetto al consenso che lo ha creato: lo è anche rispetto allo stesso potente, che se ne può considerare la vittima infelice. Il potere è una dimensione oggettiva e autonoma rispetto a qualunque individuo umano che di volta in volta lo ‘detenga’ (detenzione e non possesso). Si è posseduti dal potere più di quanto non lo si possegga.

Il potere nasce dalla paura e dal bisogno di protezione, nei due sensi: dare protezione e riceverne. Autoaffermazione (sopraffazione) e auto estraniazione (sottomissione di sé ad altri).

Il potere non è in sé cattivo (né buono). la pretesa di configurarlo buono o cattivo nasce da un atteggiamento - bisogno antropomorfo. Il potere è invece amorfo, neutro, come l’energia. Come si fa a dire che l’energia è cattiva? Il potere come qualsiasi forma di energia che si eserciti da parte dell’uomo sull’uomo e sulla natura in generale.

La tecnologia ha accentuato questo carattere amorfo, neutro del potere, estendendolo a chi ne è partecipe (o, addirittura vittima: anche le vittime del potere sono ‘neutralizzate’, rese uguali e indifferenti). Il potere ‘neutralizza’ le parti, paradossalmente rendendole uguali. I ‘grandi’ sono quasi sempre fantocci agitati dal potere che è stato loro affidato. Ma non c’è un burattinaio.

Anche la relazione tra potere e obbedienza ne viene così travolta, la stessa distinzione tra vittima e carnefice, entro certi limiti. Il potente ‘obbedisce’ al potere, subendone le regole impersonali, come il suddito obbedisce al potente.

Il nuovo Leviatano. Lo Stato come macchina infelice, che si avvale della forza legale del diritto.

La massima espressione del potere, lo Stato, trasformato in macchina infelice, la machina machinarum, che si pone al di là di ogni consenso umano. La realtà del potere è al di sopra della realtà dell’uomo, è il potere - così reale - dell’irrealtà, demoniaco, forse, ma non ingenuamente ‘cattivo’. È una realtà autonoma rispetto a ciascuno - si trovi dall’uno o dall’altro versante del potere. Anche il potente viene irretito e dominato dal potere nella insaziabile dialettica tra potere e felicità, da cui viene consumato, ridotto allo stremo. Ogni potere è più forte di ogni nicciana Wille zur Macht: anche di una umana cattiveria.

“Nonostante tutto, quella di essere uomo rimane una decisione” che va contro il potere. Decidere di essere uomo sino in fondo, implica la rinunzia al potere, anche se non garantisce la felicità, ma pone le condizioni per il suo timido-prepotente presentarsi.

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