Può sembrare strano, se non addirittura fuori luogo, parlare di felicità in questi giorni drammatici, come si propone di fare il Festival di Bioetica che inizia oggi a Santa Margherita Ligure. Spero di riuscire a chiarire che non è così, e che anzi riflettere sulle tematiche della "felicità" e del "ben vivere" che è poi il titolo della prim~ giornata, può fornire utili strumenti per affrontare con maggiore lucidità il diffuso senso di angoscia suscitato da una tragedia tanto grande sia per i suoi funesti esiti, sia per le prospettive immediate e future per la nostra città e non solo di essa.

Com'è noto, la "Dichiarazione d'indipendenza" degli Stati Uniti ( 4 luglio 1776) mette in apertura tra i "diritti inalienabili" quelli alla vita, alla libertà e "al perseguimento della felicità". Quest'ultimo però già sparisce nella Costituzione americana del 1787, sostituito significativamente da quello alla proprietà. Ma ciò non deve stupire, visto che la "Dichiarazione d'indipendenza" è un documento essenzialmente politico, volto a catturare consensi e alleanze all'interno e all'esterno, come è poi avvenuto. Umberto Eco non ha dubbi, e in una delle sue "Bustine di Minerva" (L'Espresso, 26marzo2014) sentenzia chela "Dichiarazione" americana è frutto di un grande equivoco che ha condizionato secoli di storia e avrebbe dovuto invece ribadire il "diritto-dovere di ridurre la quota d'infelicità nel mondo".

E in effetti sembra azzardato parlare di diritto alla felicità quando non sono ancora riconosciuti basilari diritti come quello alla salute e in troppi Paesi non sono garantiti i bisogni più elementari, dal cibo al lavoro. Ma che cosa è la felicità? Qui le risposte sono le più diverse e non solo perché fornite da persone di differenti ambiti culturali; tale diversità è infatti riscontrabile anche all'int~ rno di nuclei famigliari, specie oggi che i mezzi di comunicazione, internet e i social hanno dilatato le differenze di comportamento, valoriali e cognitive tra le generazioni. La difformità tra le definizioni di felicità è però a volte ancor più marcata tra gli specialisti della ricerca psicologica, sempre più tesi verso modelli di misurazione della felicità stessa.

Si moltiplicano cosìle indagini sperimentali svolte anche in una dimensione globale, dove le problematiche connesse con le differenze culturali e linguistiche appaiono in tutta evidenza (in alcune lingue non esiste il termine "felicità", in altre ha significati marcatamente diversificati). Di certo, il benessere economico appare sempre meno dirimente, mentre emerge l'esigenza di stare bene con sé e con gli altri, di "ben vivere".

Le risposte degli intervistati vanno infatti da quelle di ordine psicologico (armonia, pace interiore, equilibrio) a quelle contestuali (famiglia, amicizie, salute, lavoro, tenore di vita); manonmancano quelle che fanno riferimento a momentanei picchi emotivi o all'assenza di infelicità.

Una visione della felicità come "ben vivere", apre poi al senso di responsabilità nei confronti nostri e di quanto ci circonda (umani e non), e ciò permette di far fronte anche agli aspetti negativi della nostra esistenza, di essere meno esposti emotivamente in momenti drammatici come quello che stiamo vivendo a Genova in questi giorni. Inoltre, sentirsi pienamente responsabili della nostra vita significa riconoscere che le nostre azioni si riverberano sugli altri, portandoci così a vivere nel "noi" non soltanto nei momenti di gioia ma anche in quelli di grande dolore e fornendoci la consapevolezza del fatto che la felicità è anche frutto della capacità di dare pieno significato alla nostra esistenza. -

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