(Ansa, 28 agosto 2018). In attesa di una diagnosi o di una cura, è difficile concentrarsi sullo stato di felicità del medico che si ha davanti. Eppure se felice o no il medico, può fare la differenza: una sua parola o un suo atteggiamento possono sollecitare emozioni diverse nel paziente, fino a condizionare il percorso terapeutico. Sulla felicità dei medici "ci sono dati allarmanti"; si comincia già all'università quando gli studenti partono con entusiasmo ed empatia ma poi imparano ad 'indurirsi'.


medici infeliciI medici spesso sono esauriti, hanno pensieri negativi, hanno sintomi importanti da 'burn out'. Alcuni specialisti più di altri: a maggior rischio gli oncologi, i medici di pronto soccorso, i chirurghi. Della felicità dei medici ha parlato Elisabetta Cofrancesco, medico e psicoterapeuta, presidente dell'associazione Ref (Ricerca, Educazione e Formazione per la qualità della vita dell'ammalato), nell'ambito delFestival di Bioetica a Santa Margherita Ligure (27 e 28 agosto 2018).
"I dati sono allarmanti" ha detto Cofrancesco citando alcune indagini. Le tre D (Drug, Drink and Depression) - riferisce la rivista Jama (2018)- sono frequenti fra i medici Usa, fino al 50%, hanno pensieri di suicidio (6-12%), un tasso più del doppio rispetto a quello di altri professionisti (tra le donne medico tre volte più frequenti rispetto ai colleghi mas chi); spesso vivono in conflitti coniugali. In Europa uno studio condotto da Esmo (European Society for medical Oncology) lo scorso anno, che ha coinvolto 737 oncologi di 41 paesi, ha rilevato che il 71% di essi avevano una forte condizione di burnout.


"Questo problema del burnout - ha detto Cofrancesco - comincia presto, già all'università. Si è visto che fra gli studenti di medicina lo stato di stress è più altro rispetto a quelli di altri corsi di studio. Gli studenti 'imparano' a staccarsi dalle emozioni". Alcuni esperti attribuiscono questa condizione ad una sorta di "machismo" che riguarda la classe medica riguardo a sentimenti di infallibilità e di onnipotenza.
"A questo si aggiunga una sorta di addestramento, inconsapevole, per diventare insensibili alle emozioni più forti, come il dolore, la sofferenza, la rabbia, la paura, la morte". Alla fine si ha "il cuore indurito".


Il burnout, la sindrome caratterizzata appunto da "esaurimento emotivo e spersonalizzazione", mette a rischio non solo la vita dei medici ma "anche la sicurezza del paziente, facendo aumentare gli errori medici". Una condizione che risente anche di fattori esterni come l'eccesso di burocrazia, lo scarso personale, gli orari e i carichi di lavoro eccessivi.
La soluzione al problema del burnout, e della conseguente infelicità, c'è. "I medici, che non sanno di stare male, devono accettare i propri limiti e la propria vulnerabilità, devono aumentare la capacità di resilienza e recuperare il proprio 'sentire' attraverso una formazione improntata alla crescita personale e al lavoro su di sé", perché "un medico felice instaura una buona relazione con il paziente. Mentre all'Università si insegna troppa tecnologia".(ANSA).

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